Dalle 18 alle 20, venerdì prossimo, alla Feltrinelli di via del Babbuino, potrebbe essere una serata prticolare, unica, almeno nelle mie intenzioni, per riflettere pur con il tempo contingentato. Riflettere sullo stato dell’editoria in Italia e sul suo futuro, particolarmente quello di stampa alternativa, alle soglie del suo quarantatreesimo anno di esaltante e tormentata esistenza.
Io penso, anticipando gli argomenti, che siano tempi di resistenza estrema, decisa, lucida che ci trova allenati per quanto abbiamo alle spalle di pratica. Ma ho anche idea che non sia più sufficiente e che occorra un salto di qualità: guerriglia, naturalmente nonviolenta.
Perchè guerriglia culturale? Perchè le regole del mercato, o marketing che dir si voglia, si son talmente esasperate a nostro sfavore fino a paventare il suicidio, tanto da richiedere, per avere futuro, scelte radicali. E cioè, per essere brutale, a riscriverle daccapo le regole, ma, questa volta a nostro favore, o meglio a favore della editoria di qualità, di contenuti, di progetto, tutta a favore del lettore.
Naturalmente dalla mia ho idee e pratica, non da oggi, perchè ci penso da tempo e ci provo a dare corpo. Ho voglia di parlarne. di confrontarmi e quello di giovedì potrebbe essere una bella occasione. Ne va del mio futuro e magari non solo.
Con me interverranno anche Beppe Lopez, Fabio Giovannini, Francesca De Carolis
INVITO
E NOI NON CI SAREMO…
AL SALONE DELL’INDECENZA, A TORINO SAREMO INVECE AD ARCIDOSSO SABATO31/5 PER CONTESTARE E LOTTARE, CHE QUESTA E’ CULTURA Tra poco più di una settimana, a Torino, l’edizione, non so quale numero, del Salone del libro, piuttosto dell’indecenza, secondo me, e spiegherò perché non ci saremo e perché saremo sull’Amiata sabato prossimo. Prima racconto in poche righe la storia di Torino. Che io c’ero a Torino la prima volta, che si chiamava Fiera del Libro, e ci sono stato molte altre volte, alle ultime però no. La prima fu un “botto”. Pur tra fuffa, messe cantate e incensi, ci furono sorprese, scoperte, eccitazione, gioia, e anche i primi libri millelire. Oh se mi ricordo quanto stupore suscitarono e quanto mi emozionai. Mi scoppiava il cuore per la gioia. Così per alcuni anni, finché l’inventore nonché organizzatore dell’evento, il boss Accornero, in impeto di megalomania si trasferì al Lingotto dove fuffa e altre schifezze lievitarono, per non parlare degli stand- Santuari dei grossi editori. Di li a qualche anno non so cosa successe realmente, ma il boss fu liquidato e sostituito dal pool comune-provincia e regione, ahimè. Per farla breve, banalità e retorica culturale la fecero da padroni. Io non frequentai più. Per non restare con le mani in mano m’inventai il festival internazionale di letteratura resistente, ma è un’altra storia pitiglianese. Torno a bomba… Se è vero che il peggio non ha mai fine, la riprova la forniscono i due nuovi boss del Salone, Presidente e Direttore, i quali pochi giorni fa in conferenza stampa di presentazione, dopo essersi intrattenuti sul tema ufficiale, la creatività, hanno svelato l’ospite d’onore, colui che dovrebbe dare il segno, l’impronta. E chi è? WALTER VELTRONI. Ora, per tutti i diavoli, se c’è uno in Italia, triste, con sul corpo le stimmate del potere è proprio lui, che basta sbirciarlo durante le apparizioni televisive: flaccido e gonfio come l’omino Michelin. Campione del nulla, di quella letteratura spazzatura che però scala le classifiche e la ritrovate su bancali, in vendita a chili, negli ipermercati, in ragione della sovresposizione mediatica. E in più bugiardo, gran bugiardo, extra bugiardo, come potete apprendere dal libro millelire “Il compagno Veltroni” leggibile e scaricabile sul sito: stampalternativa.it. Per riassumere in poche righe: Walter ad un certo punto della sua scalata a poltrone sempre più imbottite conclamò che non era mai stato comunista. Faccia di bronzo! Ci pensò l’autore del millelire citato a portare alla luce il fiume gonfio delle sue dichiarazioni di apologia del comunismo, in tutte le salse, cubana, cinese, sovietica, etc… che però non erano state fatte a caso, come leggerete sul libro. E vi pare che io, già latitante di mio, potessi andare a questo Salone indecente? Certamente no. Però tanto ho brigato da convincere anche la mia casa editrice Stampa Alternativa a disertare. Di mio ci metterò l’invito a tutto coloro che pensano di frequentarlo a disertare. Non ci saremo, orgogliosamente, tanto per mantener fede al nostro essere editori all’incontrario. Andrò invece, tra qualche giorno, sabato prossimo, ad Arcidosso sull’Amiata, da mattia a sera e notte, con un camper pieno di libri, compreso quel libretto rosso che tanto ci rappresenta “ABGEOTERMIA”. LI ci sarà davvero vita, perché si contesta, si lotta e si costruisce un futuro di vivibilità e non di sfruttamento e avvelenamento. Li son chiari i nemici: l’ENEL in primo luogo, arrogante e prepotente e poi una schiera di amministratori, in primo luogo regionali e poi comunali, asserviti, succubi e ottusi. Come li son chiare le alternative, da quelle ambientali a quelle di vita. Li si ricomincia anche coi libri per farli tornare in strada, fuori anni luce dai loculi delle librerie e dai Saloni mortuari. Tutte le informazioni indispensabili e vitali su www.sosgeotermia.noblogs.org. Ma soprattutto per saperne di più a proposito dello scempio in atto sull’Amiata prodotto già ed estendibile oltremodo con la nuova centrale geotermica Enel BAGNORE 4, leggete e scaricate gratuitamente “ABGEOTERMIA” dal sito www.stradebianche.org.
COME È TRISTE SORANO…
Non sto a ripetermi, anche se poi subito mi contraddico, che abito da oltre quarant’anni in una fetta di casolare sgarrupato, poco raggiungibile e solo con strada bianca, su una delle colline soranesi, felicemente, per quanto sia possibile oggi con intorno una comunità disperata.
Ne ho combinate di belle a Sorano, il capoluogo, oltre che nel resto d’Italia. Tra le altre, a Sorano, 34 anni fa una pazzesca mostra-mercato dei creativi di allora, fianco a fianco a contadini, artigiani di antichi mestieri e tanti musicisti dal vivo, nel parco e per le strade del paese. Andò talmente bene che il sindaco, al quale avevo chiesto solo lo spazio, volle impadronirsene. Io non fui per niente d’accordo, insistevo per l’indipendenza e l’autogestione, con il risultato di venir dismesso e restare come espositore con i primi incendiari opuscoli di stampa alternativa.
Passarono parecchi anni, tipo 25, che fui richiamato dal sindaco appena eletto, a organizzarla di nuovo e magari riscattarla dal degrado in cui era precipitata, tale da paventarne la chiusura. Per accettare chiesi solo carta bianca e di mantenere il piccolo budget preesistente. Mi fu concesso e io mi rimboccai le maniche.
Accadde uno dei miei sogni ad occhi aperti: l’antica e stanca mostra riprese slancio e smalto, con modalità adeguate ai tempi e per una radicale sfida di qualità che in varie occasioni ho raccontato, ma soprattutto con uno sguardo al futuro. È successo che man mano la mostra cresceva di intraprendenza e qualità, oltre che di folla di visitatori, cresceva anche quel “Partito dell’Invidia”, in realtà non molto numeroso ma agguerritissimo a rompere i coglioni fino ad impedirmi fisicamente di operare, mentre amici e non della amministrazione stavano più o meno a guardare. Risultato? Nuove e definitive dismissioni. Felici dismissioni, ballando, come mi succede anche nella vita, quando da imbarazzi o macerie, lascio e me ne invento di nuove.
Speravo, confesso, che quel tanto di bello conquistato non solo da me, ma dalla intera comunità, restasse come tesoro da cui attingere.
Macché! Proprio in questi giorni c’è l’edizione primaverile della mostra denominata “Sorano sorprende”. Me la inventai di sana pianta e la mia di edizione ebbe un riscontro favoloso, gremita di bambini, poiché a loro era dedicata, ma altrettanti “grandi”, a far corpo, a respirare a pieni polmoni aria di creatività, fantasia e soprattutto libertà.
L’edizione di oggi la potete vedere dalle foto (le troverete, se già non ci sono, su strade bianche) che parlano più di quello che potrei fare io, parte in causa. Decidete voi, raffrontando fotogrammi delle “mie” edizioni. Decidete se, come io ritengo, ci sia una volontà, magari inconscia, di rimuovere, esorcizzare: la stramaledetta paura del bello e del nuovo.
Non so se qualcuno voleva fare uno sgarbo a me cittadino soranese dal 1976, ma ancora considerato dal Partito che ho citato “uno di fuori” e quindi estraneo e nemico. Se è così si sbaglia di grosso. Per conto mio ho fatto a Sorano, nelle otto edizioni che ho curato, un’esperienza fantastica, sia pur a volte faticosa e a volte accompagnata da incubi e qualche disperazione. Talmente tanto da essermi preziosa dove già opero, a Pitigliano, e intendo farlo molto ma molto di più, se è vero che m’aspettano nuovi quarant’anni di impegno. Bel futuro, vero?
LE MIE MOSTRE MERCATO
LA MOSTRA MERCATO DEL 1° MAGGIO, NUOVO ORGANIZZATORE
DOPO “LIBERAZIONE A PITIGLIANO” LA VITA SI SCRIVE, DI NUOVO
“La vita si scrive” me l’inventai per il primo festival internazionale di letteratura resistente, a Pitigliano dodici anni fa. Quattro analfabeti, un carbonaio, un cocciaio, un tombarolo e una contadina si raccontarono e in breve la loro narrazione divenne libro millelire. Da scrittori furono protagonisti del primo festival che mi resta scolpito nella memoria.
L’idea s’è ancor più maturata, da tutti i punti di vista, che la vita, la creatività e tutte le passioni che si porta appresso, è letteratura, quella – non mi stanco mai di ripeterlo – col sangue che si scorre a fiumi.
E così “LIBERAZIONE A PITIGLIANO” è stata una tappa di questa visione della letteratura e della cultura. Come Maria Jatosti, così Alessandro, Alberto e Roberto Barocci hanno dipanato narrativa pura e altrettanta controinformazione alla vecchia maniera, senza peli sulla lingua. Così gli artigiani artisti riciclatori hanno perfettamente compreso proponendo quella che secondo me è anche letteratura che pur uscendo dalle pagine dei libri pulsa altrettanto… è rivoluzione.
Maria Jatosti m’ha sconvolto. Lo avevano già fatto i suoi romanzi che mi si erano drizzati tutti i peli del coropo alla lettura. Che dal vivo s’è superata. M’ha acceso il fuoco che ancora sopiva in un angolo. M’ha debitamente incitato, provocato, aizzato a incendiare ancor più di quello che già faccio, giorno e notte (di notte coi sogni ad occhi aperti).
Risultato? Ne parlo in poche e forse convulse parole, per ora che man mano andranno definendosi. Su incitamento di Maria il prossimo dodicesimo festival internazionale si avvarrà della sua regia, intitolato “POETICONTRO-POETI PER”, per proporre in piazza e strada poesia civile, come nelle migliori tradizioni non solo italiane. Il 6, 7 e 8 settembre, naturalmente a Pitigliano. E, richiamandomi che la VITA SI SCRIVE, sempre in piazza e strada, ci saranno artisti di strada e animatori. Insomma, un gran pulsare di vita, passioni, creatività e perchè no, di futuro. Il futuro che abbiamo ben in mente.
BOZZETTO 12° FESTIVAL INTERNAZIONALE
AMIATA CALLING
IL CONFINATO
LIBERAZIONE A PITIGLIANO
CUCINARE IN MASSIMA SICUREZZA
Fresco fresco di stampa, il libro curato da Matteo Guidi “Cucinare in massima sicurezza”, edito da Stampa Alternativa, ricettario nato da un bel lavoro fatto con detenuti delle sezioni di massima sicurezza un po’ di tutta Italia. Insomma, quelli “cattivi”… La premessa è che sono sicuramente di parte. Alcuni degli autori del libro di ricette sono le voci di “Urla a bassa voce” e, scorrendo queste pagine, rivedo luoghi e volti sia pure solo immaginati durante il mio lavoro sull’ergastolo ostativo. Ho un motivo di più quindi per apprezzare questo libro. Tutti i libri di cucina hanno sempre un grande fascino e anch’io ne ho comprato di “qualsiasi” per il solo gusto di avere fra le mani “ricette”, forse perché il richiamo inconscio è in fondo all’alchimia di formule, magari magiche, magari giochi di streghe… Queste degli ergastolani mi sembrano formule invocate per dare corpo all’illusione di una normalità possibile… e questo è uno degli aspetti forse anche toccanti del ricettario. “Servire preferibilmente in piatti di legno… preferibilmente con vino bianco… servire in fretta e ben fumante…”, spigolando qua e là… E nello stesso tempo sono dichiarazioni dell’impossibilità di una vita normale. Capita che le note a margine di ogni ricetta, ricordino quanto la normalità sia impossibile, riportando sommessamente, ma continuamente, alla realtà del carcere. Ascoltate: “ci si consolerà gustando”, “per svuotare le melanzane col coltello di plastica è necessaria molta pazienza”, sembrano sussurri in un posto che immagini di urla soffocate.(…)
Bella l’idea di far precedere ricette e ingredienti dall’elenco degli strumenti necessari, che è poi la cosa che segna la differenza con un qualsiasi altro ricettario e ci ricorda ogni volta che fra noi e gli autori delle ricette s’innalza un muro. Tutto l’industriarsi, poi, intorno agli strumenti, la loro ideazione e costruzione è in realtà il racconto della sopravvivenza in carcere e ne è apprezzabile soprattutto la leggerezza. Cosa che, fra l’altro, permette di guardare a questo ricettario quasi come a un manuale da giovani marmotte, o campeggiatori persi nel bosco… E’ vero forse, come si spiega nell’introduzione, che qui non si vuole insegnare a cucinare a nessuno, perché ricette semplici, che forse in tutte le famiglie si conoscono (ma non ne sarei così sicura, e poi credo che la tentazione di provare lo “spaghetto infinito” possa venire a tutti). E credo che per questo il libro possa essere proposto anche come manuale per riscoprire ricette “semplici”, casalinghe. Insomma, forse non è più tempo di cibi da grandi chef o molto elaborati per tutti, e questo da un lato anche per motivi economici, non indifferenti purtroppo in questo momento di crisi, dall’altro per la rivalutazione, che da un po’ di tempo comunque sta prendendo piede, delle cose semplici e naturali.
Ma c’è una cosa in più che qui si insegna, attraverso il tempo e i ritmi del cucinare: il tempo della pazienza. E qui è un tempo tutto particolare: quello della pazienza “obbligata”, e “necessaria” per sopravvivere.
Insomma parlare del carcere, dell’ergastolo per di più, passando per la cucina. Se il cibo è comunicazione, questo è il tentativo di aprire una porta (ahimè di ferro) attraverso un canale inaspettato e, credo, per molti insospettabile. Invito dunque a leggere, e magari provare queste ricette. Con un pensiero ai suoi autori, con tanta cura e passione seguiti e coordinati da Matteo Guidi. Capaci di parlare, ad esempio in una ricetta riservata al pollo, di un “povero animale”… Ma in quale altro libro di cucina trovereste mai un attimo di commozione per un povero pollo destinato alla propria tavola?
Francesca de Carolis (www.laltrariva.net)





















